Fidenia alla scuola secondaria di I grado: la testimonianza della docente Rita Pirozzi

Dopo il contributo della maestra Kosmè De Maria sull’utilizzo di Fidenia alla scuola primaria, riportiamo di seguito la preziosa riflessione di Rita Pirozzi, docente presso l’IC Don Bosco di Grottaglie (TA) e coordinatrice del corso WikiScuola su Fidenia e QuestBase.

L’articolo in questione è stato originariamente pubblicato su WikiScuola nel luglio del 2017.

Classe virtuale e classe digitale insieme per un sistema di formazione innovativo e coinvolgente

Classi virtuali, classi digitali…anche gli addetti ai lavori fanno spesso confusione tra i due concetti che si riferiscono invece a diversi strumenti del nuovo modo di fare didattica, e che possono, con un minimo di competenza, interagire e completarsi a vicenda, costituendo un sistema innovativo e coinvolgente per gli allievi.

A seguito di una consolidata esperienza con le classi virtuali che creo per i miei studenti sulla nota piattaforma di social learning  FIDENIA , ho avuto modo di sperimentare una didattica costruita su reali competenze, spendibili anche al di fuori dell’ambito scolastico, perché ritengo che la formazione non possa esaurirsi in classe, ma debba continuare con i tempi giusti anche a casa, al fine di avvicinare quanto più possibile il mondo della scuola a quello del vissuto quotidiano di ciascun allievo. E se per questo fine lo strumento chiave è il digitale, ne deriva che qualunque allievo nativo di quest’era non possa che esserne attratto. Come già ribadito in un altro mio contributo su Wikiscuola, la classe virtuale in rete offre l’opportunità di interagire con il gruppo degli allievi reali non solo con uno strumento assolutamente accattivante, ma permettendo altresì di sperimentare nuove metodologie didattiche, come ad esempio la Flipped Classroom.  I risultati che ho avuto modo di verificare da alcuni anni sono stati più che incoraggianti nel farmi perseguire questa strada, non solo in termini di evidenti miglioramenti delle irrinunciabili conoscenze disciplinari, ma anche e soprattutto per l’acquisizione delle tante competenze in chiave europea che si affiancano a quelle digitali (ad es. “imparare a imparare”) e che, in modo quasi inconsapevole, gli alunni hanno acquisito e potenziato con questo nuovo modo di fare scuola, da  affiancarsi con gli spazi opportuni a quello più tradizionale della lezione frontale.

Nella convinzione di essere sulla strada giusta, ho introdotto nel mio istituto la sperimentazione della classe digitale con il metodo BYOD (Bring Your Own Device), destinandola a quegli alunni che già lavoravano con la classe virtuale e che avevano acquisito una solida competenza digitale anche in ambito didattico.

Non è stato facile all’inizio pianificare attività tradizionalmente trasmissive con la relazione “uno a molti” in qualcosa di molto più dinamico e flessibile che trovasse accoglienza favorevole negli alunni e (perché no) anche nei loro genitori, che hanno riscontrato da subito nelle consegne del lavoro a casa una motivazione a dir poco sorprendente.

La sfida era quella di lavorare in classe con i tablet connessi a una rete protetta e controllata, perché la sicurezza online significa conoscenza e consapevolezza e non “blindare” Rete e dispositivi. In questo contesto ho veicolato, quando utile e possibile, i contenuti e le proposte didattiche attraverso il corso virtuale, al quale gli allievi si connettono in classe con i loro devices, ritrovando all’interno dell’ambiente attività e consegne preparate preventivamente dai docenti.

Grazie a questa modalità ho potuto, per esempio, somministrare verifiche in classe attraverso applicazioni e questionari che gli alunni hanno completato e consegnato online, e per i quali hanno ricevuto un immediato feedback dei risultati.

A tutto ciò si è affiancato l’utilizzo di diverse App didattiche scelte a misura delle finalità da conseguire – legate anche alle varie esigenze disciplinari -  e degli stili di apprendimento degli allievi; in un mare magnum di disponibilità che la rete offre, è bene operare un’attenta selezione per evitare una sempre possibile confusione e sovrapposizione di sistemi.

Con questa metodologia gli allievi hanno la possibilità di “manipolare” le conoscenze (quelle disciplinari) tramite le competenze (quelle digitali), diventando reali creatori del loro apprendimento.  A mo’ di unico e non esaustivo esempio, è sicuramente più coinvolgente per gli allievi trasformare lo studio pedissequo di un argomento storico in una mappa concettuale interattiva, all’interno della quale i campi e i nodi possano essere resi animati da contributi video, audio e iconografici, arricchiti da materiali creati direttamente dagli allievi e postati poi nella bacheca della classe virtuale, in un contesto continuo di cooperative learning e di peer to peer.

In una nuova scuola che forse abusa del termine “competenza” e che ricerca spesso in modo disordinato e poco organico la chiave per pianificare e somministrare le note Prove autentiche (o compiti di realtà che dir si voglia), l’utilizzo di un metodo assolutamente innovativo come questo descritto ne rappresenta probabilmente la sua realizzazione pratica e sistematica, non limitata soltanto alla singola prova pianificata periodicamente, ma esercitata nel quotidiano e in modo da realizzare a pieno titolo l’interdisciplinarietà.

A conclusione di questo breve contributo un’ osservazione su tutte: la tecnologia non deve sicuramente sostituire l’insegnante, ma ci sono cose che le tecnologie possono fare in modo più efficace e motivante e che permettono all’insegnante di risparmiare tempo e fatica per dedicarsi a ciò che esse non sono in grado di fare (o comunque sicuramente non meglio dell’insegnante).